Finanza del futuro, utopia libertaria o truffa del secolo?



Finanza del futuro, utopia libertaria o truffa del secolo?

Finanza del futuro, utopia libertaria o truffa del secolo?

Finanza del futuro, utopia libertaria o truffa del secolo?
Anno di Pubblicazione: 2026
Nate dal sogno di una moneta digitale senza banche né Stati, rapidamente le criptovalute sono diventate un circuito finanziario parallelo, globale e decentralizzato, che attrae grandi capitali e sfugge alle autorità.
Una storia di figure misteriose, fortune improvvise, crolli spettacolari e insospettabili ritorni. Mentre l’Europa prepara regole più severe, le cripto sono al centro di una partita decisiva: saranno solo una parentesi, o la base della finanza che verrà?
L’AntiCripto, tra il serio e il faceto, si propone di accompagnare il lettore alla scoperta del mondo delle criptovalute, un mondo spesso considerato oscuro dai non iniziati.
Si sarebbe sperato in fondo di poter concludere che non sia solo una macchina ingegnosa e malsicura, geniale e diabolica, messa a punto dai ricchi per divenire più ricchi, a scapito dei poveri che divengono più poveri. Sarà così? Vediamolo.
Il bitcoin: dal suo lancio, il boom è travolgente – alla nascita, nel 2009, valeva 0.003 dollari; al suo massimo ha toccato i 100.000, difficile persino scrivere la percentuale; il valore delle criptovalute in circolazione ha raggiunto i quattro trilioni di dollari. Ma, attenzione, è un uso del tutto diverso da quello pensato dai suoi pionieri. Il fondatore Satoshi Nakamoto immaginava: “qualche piccola nicchia tipo punti premio, piccole donazioni, gettoni o monete per i giochi elettronici o micropagamenti per siti per adulti”. Ma le fluttuazioni di prezzo ne scoraggiano l’uso per pagamenti quotidiani. Difficile operare con una moneta in cui il prezzo di una pizza passa da 10mila bitcoin a 0,0001 nel giro di qualche anno. Le criptovalute sono invece diventate uno strumento di investimento, ed è un ruolo inatteso: rispetto agli investimenti tradizionali – obbligazioni, azioni – non c’è un debitore che promette di ripagare, né una società che produce, commercia, o uno Stato che le governa; non hanno alcun valore intrinseco, non c’è ritorno economico atteso, nessun nuovo prodotto o idea imprenditoriale.
Di fronte al successo planetario, tuttavia, anche chi è scettico dovrà chiedersi cosa sono davvero le criptovalute, quali sono le ragioni che ne hanno sostenuto un così spettacolare successo. Certo, non manca la componente speculativa più cruda: una ragione per cui il prezzo cresce, semplicemente, è che il prezzo cresce. Sempre più numerosi accorrono fiduciosi i nuovi adepti, allettati dal facile guadagno. Ma non bisogna fermarsi lì. Bisogna porsi la domanda; nelle criptovalute c’è qualcosa di più di un abbaglio collettivo? C’era forse un bisogno latente che le cripto sono riuscite a soddisfare? Il tutto in un mondo in cui di prodotti finanziari ve ne sono per tutti i gusti, semmai fin troppi.
Alcune ipotesi si possono formulare. In primis, un nuovo strumento finanziario utile per una più spericolata scommessa al rialzo; una voglia di bolla, per così dire, di arricchimento rapido, o la va o la spacca. Non necessariamente per scommetterci la camicia, ma per diversificare gli investimenti, aggiungere componenti più volatili, a un portafoglio più conservativo. Data l’enorme ammontare di ricchezza finanziaria accumulata, e la fortissima concentrazione in poche mani, non dovrebbe stupire: se un sufficiente numero di detentori di ampi portafogli saltano sul carro, l’effetto assumerà proporzioni gigantesche, tirandosi poi dietro, come sta avvenendo, anche investitori più vulnerabili, meno avveduti. Le conseguenze, al prossimo giro al ribasso, si possono ben immaginare. L’immagine che viene in mente è quella di uno sfavillante Casinò: del resto non pochi tra i cripto-entusiasti della prima ora vengono dal mondo delle scommesse. Al fascino del brivido si associa segretezza, ritrosia alle regole, una ostile tensione con le autorità di legge – caratteristiche che in fondo accomunano i due mondi.
Restiamo su questo filone: le transazioni monetarie in una economia moderna sono di norma tracciabili. Un sistema di regole determinerà chi ha accesso a quale informazione – magistratura, tribunali fallimentari, forze dell’ordine. È un monitoraggio con molte falle, ma si è rafforzato negli ultimi decenni: per contrastare il reimpiego di profitti illeciti – droghe, traffico di armi e via dicendo – per permettere di imporre sanzioni economiche contro persone o Stati ostili, e per ridurre l’evasione fiscale. A una maggiore efficacia dei controlli si contrappongono mille espedienti per evaderli – tipicamente, esportare i capitali o nascondere le transazioni, ad esempio attraverso l’uso del contante. Il metodo resta quello, ma le difficoltà sono crescenti: con le transazioni in prevalenza digitali, quindi più facilmente tracciabili, celare, offuscare diviene più complesso; la lavanderia dei soldi è diventata più cara; più oneroso trasformare soldi neri in soldi bianchi.
Una volta li trovavi lungo le bianche spiagge, tra gli alberi di cocco – Bahamas, Cayman Island – ora i paradisi fiscali, quei luoghi remoti dove si occultano le ricchezze, sono diventati una stringa crittografata, qualche riga di software (ma non mancano romantici ritorni di fiamma: come vedremo, quando la borsa cripto FTX fallisce, il quartier generale si trova proprio lì, alle Bahamas). Le criptovalute creano un nuovo circuito finanziario parallelo, globale, invisibile, ma abbastanza solido e credibile da attrarre a sé grandi capitali. Anonimità assoluta e decentralizzazione dei pagamenti – attraverso il blockchain – sono i due ingredienti per sottrarre le transazioni a occhi indiscreti, tenere a distanza le autorità pubbliche, rendere quasi impossibile il sequestro di proventi illeciti.
Roba da defi: così la chiamano, decentralised finance, finanza decentralizzata. Non è certo un caso che i meccanismi per occultare i propri averi si perfezionino proprio ora, in presenza di due grandi fenomeni contemporanei: la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e la crisi fiscale degli Stati. Immaginiamo: la base imponibile che assottiglia, perché chi può, sfugge, occulta, sparisce e non paga tasse. Tanto da sottrarre risorse vitali agli Stati, e indebolire la capacità di sostenere servizi essenziali. Un colpo al cuore al welfare state, ai servizi sanitari pubblici e tutto il resto. La difficoltà a mantenere livelli di servizio elevati verrà usata come dimostrazione lampante che tali servizi non sono più sostenibili – che subentri dunque il privato… E ci si potrà sottrarre alle giurisdizioni nazionali, facilitare il riciclaggio e la gestione finanziaria delle mafie, assecondare la corruzione politica, agevolare il finanziamento del terrorismo e l’evasione delle sanzioni internazionali; aumentare i rischi di frode. E pure causare rischi finanziari sistemici – alle criptomonete è riuscita la spallata: deregolamentare non modificando leggi e regolamenti, ma alla chetichella, spostando il terreno di gioco: con una nuova finanza, nuove istituzioni, private e in luoghi esotici, con regole ancora tutte da scrivere, per un mondo nato per sfuggirle.
Rinate come una fenice dopo la grande crisi, le criptovalute resisteranno alla prossima, inevitabile crisi, alla contrazione degli scambi, al calo di valore, o subiranno una crisi esiziale che ne mostrerà i limiti? I bisogni a cui rispondono ne garantiscono sviluppo e continuità o si spegneranno come un fuoco fatuo? L’assenza di regole, statelessness, l’essere senza Stato – che è parte del loro DNA originario – rimarrà una loro caratteristica o nel tempo, con lo sviluppo già avviato di una densa rete di intermediari, verranno ricondotte, inesorabilmente, nell’alveo della finanzia tradizionale, soggetta a regole e supervisione? Riusciranno a convincerci che ci sia qualcosa di più di un modo di sottrarsi alla giurisdizione pubblica, sottrarre fondi al fisco, favorire i mille sotterfugi?
La risposta, in mezzo al rumore, non è interamente ovvia: oltre che l’interessato appoggio politico dell’amministrazione Trump, le enormi e recenti ricchezze accumulate con le cripto non vogliono certo restare associate a un’iniziativa dubbia, un po’ piratesca: osserviamoli, quindi, i nuovi oligarchi, mano al portafoglio, alla ricerca di una narrazione eroica dei loro successi; non speculazione, ma geniale innovazione; non arraffo, ma futuristica visione. Pronti a pagare profumatamente per una legittimazione, corrono al mercato della credibilità: non solo, come prevedibile, celebrities o influencers, ma arte, cultura, scienza, curriculum accademici. Con l’AntiCripto cerchiamo di aprirci un varco in questa fitta giungla.
Ma prima di avviarci in questa esplorazione, faremo come Satoshi che, dopo aver lanciato per la prima volta il programma che crea il bitcoin, felice e orgoglioso, ma esausto dopo notti insonni – e affamato (sono ormai le ore piccole) ha voluto sperimentarlo con un pagamento vero. Invia un ordine per il bene più fisico e tangibile, fragrante e fumante. Due pizze da asporto, prezzo 10mila bitcoin (oggi, per la cronaca, quasi 600 milioni di euro). E noi immaginiamo: margherita con extra-topping di mozzarella – di bufala, ca va sans dire.
Francesco Giordano è saggista e dirigente bancario. Per i tipi della Donzelli ha pubblicato Storia del sistema bancario italiano (2007) con prefazione di Marcello de Cecco, e Destinazione euro. Politica e finanza in Italia dal «miracolo» a Maastricht, 1957-1992 (2024).