Uno stato moderno ha bisogno servizi specializzati e di una burocrazia all’altezza, che richiede risorse adeguate. Poi, si sa, per un italiano il posto fisso è sempre agognato. Da tali ingredienti nasce il boom della «piccola borghesia impiegatizia» che, sul totale degli occupati, raddoppia tra gli anni cinquanta e settanta e raggiunge il 16,8% nel 1971 (il 23,4% nel Centro Italia), equamente distribuita tra impiegati pubblici e privati. È l’esercito di professionisti – contabili, venditori, piccoli dirigenti – che si aggiunge all’espansione di servizi come banche e assicurazioni.

Inoltre, la crescita imponente dell’impiego pubblico genera un ampio numero di figure impiegatizie che, se non sempre ben remunerate, si avvantaggiano della sicurezza del posto di lavoro. Per dire, solo tra il 1970 e il 1973, anche a seguito dell’introduzione delle Regioni, l’occupazione nella Pa cresce del 13%. A fini elettorali in molti casi le assunzioni vanno ben oltre le necessità reali, mentre l’efficienza della pubblica amministrazione non è sempre ineccepibile.

Per dire, alla vigilia della caduta del governo Andreotti del 1973, il «Corriere della Sera» evidenzia: «La lunga e disastrosa prassi seguita dal dopoguerra in poi, quando, non potendosi crescere gli stipendi si erano tacitati i funzionari crescendo i loro gradi: ne era derivata una dirigenza pletorica, che, per metà, non dirigeva un bel nulla». Sia come sia, la diffusione del lavoro impiegatizio è parte del passaggio a un paese sviluppato e benestante.

Oggi, nel settore privato gli impiegati sono il 36% del totale. Ma attenzione: l’impiegato tipo sta già subendo l’impatto delle tecnologie digitali – si pensi alle imponenti riduzioni di personale in banche e assicurazioni – e si appresta ad assorbire quelle, di certo più potenti, dell’intelligenza artificiale.

Articolo tratto dal Libro “Destinazione Euro – Politica e finanza in Italia dal “miracolo” a Maastricht, 1957-1992” di Francesco Giordano.

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Destinazione Euro, Donzelli editore

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