Nei primi anni settanta, dopo un prolungato periodo di turbolenza, tracolla definitivamente il sistema dei cambi concordato nel dopoguerra con gli accordi di Bretton Woods. Un sistema che, per i paesi del blocco occidentale, aveva caratterizzato un’intera epoca: un periodo di rapida crescita economica, sostenuta dall’apertura commerciale tra i paesi e dall’espansione degli scambi, e facilitata da una relativa stabilità finanziaria.

La fine dei cambi coordinati significa ampie e disordinate fluttuazioni nei tassi di cambio. Risulta da subito chiaro che ciò sarà problematico per l’Europa: pur essendo centrato sul dollaro, Bretton Woods rappresenta un efficace ancoraggio anche per le valute del continente. L’integrazione economica è ormai un fatto acquisito ed è diffusa la convinzione che il mercato comune europeo non possa operare efficacemente in assenza di vincoli tra le valute degli Stati membri.

A tal fine, nel 1972, i sei paesi della Cee stipulano un primo accordo: le autorità monetarie dovranno limitare le fluttuazioni tra i tassi di cambio entro il 2,25%; nasce il cosiddetto «serpente monetario». A supporto della stabilità, viene creato il Fondo europeo di cooperazione monetaria, da qualcuno considerato antesignano di una possibile banca centrale europea.

A livello politico, prende slancio, ancora sommessamente, l’idea di un più ambizioso accordo monetario tra i paesi europei. È ancora un piccolo seme ed il percorso sarà tutt’altro che lineare, ma si comincia da qui a parlare di un legame irrevocabile tra le monete.

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