L’integrazione europea: un atto di alto valore politico prima che economico (era il 1971)

(Articolo tratto dal libro: Unicredit, una storia dell’economia italiana)

Di fronte ai commenti ostili sul ruolo e sul valore dell’Unione Europea da parte di politici USA (e alle disordinate affermazioni del padrone di X) vale la pena di ricordare brevemente il valore che l’integrazione europea ha avuto per l’Italia. In particolare, di fronte agli sconvolgimenti finanziari dei primi anni settanta, non sfugge ai più che l’integrazione europea rappresenta per il nostro paese un prerequisito sia per la stabilità politica che per uno sviluppo economico più sostenibile.

La necessità di restare ancorati al processo di integrazione europeo genera un sostanziale consenso ed è condivisa da più o meno tutte le forze politiche; di fatto, viene vissuta come una sfida esistenziale. Tra i tanti, il Credito Italiano è animato da un profondo europeismo, ribadito in vari commenti negli anni.

All’Assemblea degli azionisti si afferma: “le difficoltà obiettive, i dissensi nei concreti delineamenti operativi, le molte incognite che ancora offuscano il suo orizzonte non ci impediscono di apprezzare l’importanza e il carattere oseremmo dire storico della recente risoluzione volta a realizzare nel decennio che ci sta innanzi [ci vorranno dieci anni in più rispetto ai primi piani, nda] l’unione economica e monetaria della Comunità. Si tratta di un atto di alto valore politico prima che economico, che testimonia la volontà e l’impegno dei paesi membri a imboccare una strada decisamente nuova per la migliore affermazione della stessa Comunità e alla quale non si pone come alternativa che un ritorno, inaccettabile al senso comune, alle preesistenti economie di dimensione nazionale” (ASU, RA, 1971).

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